Il buio. L’oscurità meno frequentata, la parete dove anche l’aria marcia lenta, quello è il fondo della tela. Quando comincio a lavorare, è come un singulto, che echeggia lungo le pietre umide, quasi tintinna, poi scorre, e sibila, cresce. Piano piano diviene sottofondo, fruscìo che allerta chi veglia, o si muove nel buio. Questa notte la tela raccoglierà, me lo dicono il gancio saldo, e la strada stretta, senza fuga. Questa notte prenderà forma il paradigma della preda inerte, speranza spezzata su tela. In due punti si mozza il movimento di chi corre, alle gambe ed alla gola, ma è quando si ha una strategia, che si può cominciare ad aprire il carniere. Il ragno sa che deve sempre lasciare alcuni tratti di tela, tra sè e la preda, in modo da essere rapido nell’imbastire un nuovo intralcio, o un ponte. Il giovane ragazzo che questa sera non è tornato a casa aveva molta forza, e correva molto veloce, la voce che nel buio chiedeva aiuto, nel buio s’è strozzata. Ma una volta sfamato, il ragno torna nel suo buco, e da lì non dà fastidio a nessuno.

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